A partire da febbraio, pubblicheremo, ogni mese, tre o quattro modi di dire, più o meno usuali, di cui daremo il significato spiegandone l’origine.
Così, ad esempio, quando ci serviamo del motto “abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”, sicuramente conosciamo il senso ma probabilmente ne ignoriamo l’origine.
Oppure, di un detto famoso, crediamo di conoscere l’origine che invece può risultare sorprendentemente diversa.
Così l’espediente oltremodo banale, cui però nessuno aveva pensato prima, di far stare dritto un uovo su un tavolo, non è ascrivibile a Colombo bensì ad altro famosissimo personaggio.
Faremo anche uso, moderato però, di massime e detti in latino, lingua questa ormai cacciata dalla nostra scuola e messa da parte anche dalla Chiesa.
Il latino, lingua morta si dice, ma pronta a essere mantenuta in vita quando risulta comodo, come in ambito giudiziario, se la parola latina può creare un certo alone di solennità o quando è necessario, se vogliamo spiegare formule latine, impiegate da leggi di altri paesi.
Si pensi all’“habeas corpus” che i lettori di gialli incontrano spesso negli scrittori inglesi e americani.
Lapalissiano
Durante la conclusiva fase delle lotte per il predominio europeo tra Francesco I, re di Francia, e l’imperatore Carlo V, si svolse, nel febbraio del 1525, sotto le mura di Pavia, una feroce battaglia tra le truppe francesi che assediavano la città e le truppe spagnole che la difendevano.
Le truppe francesi, comandate direttamente da Francesco I, ammontavano a circa ventimila fanti e millecinquecento cavalieri, mentre Pavia era difesa da una guarnigione di seicento spagnoli.
Nel gennaio del 1525, dodicimila lanzichenecchi arrivarono in soccorso degli imperiali, comandati dal marchese di Pescara.
Le sorti dello scontro furono incerte sino all’ultimo. Nella notte del 24 febbraio iniziò l’attacco decisivo, ma poco dopo la cavalleria del Marchese di Pescara cominciò a trovarsi in difficoltà e dovette retrocedere. Ma ecco che, all’improvviso, si verifica un accadimento imprevisto; i millecinquecento archibugieri spagnoli sortiti dalla città, ben organizzati in doppia fila, la prima inginocchiata, la seconda in piedi pronta a ricaricare, sottopongono a ripetute e micidiali scariche il nemico; molti dei più illustri cavalieri di Francia cadono morti e feriti. Intanto i cavalieri imperiali si riorganizzano e contrattaccano ponendo definitivamente in rotta l’esercito francese che perse almeno seimila uomini.
Tra questi cadde, morto ammazzato dopo essersi battuto come un leone, Giacomo Chabonnes Monsieur de La Palisse.
Di qui la leggenda, ma forse non è leggenda.
Dissero i fedelissimi del prode cavaliere:
“Monsieur de La Palisse est mort, s’il n’était pas mort, il ferait encore envie“. – se non fosse morto egli susciterebbe ancora invidia -
Con il tempo si è verificata una distorsione della frase “ s’il n’était pas mort, il serait encore en vie”. – se non fosse morto, egli sarebbe ancora in vita -.
Il che è veramente Lapalissiano.
Cogliere in castagna
Significa: prendere qualcuno in errore.
Vediamo l’origine del detto.
Castagna è il frutto del castagno, a Roma anche detta caldarrosta se la castagna viene arrostita.
Cavare le castagne dal fuoco per qualcuno, significa aiutarlo nel liberarlo da un impaccio, da una difficoltà.
Meno nota è la dizione “castrare le castagne” che significa intagliare il guscio perché non scoppino mentre vengono arrostite.
Marrone è un francesismo per castagna.
Marroni giubellati è un’espressione usata da Giuseppe Berto per tradurre dal francese marrons glacés (le nostre castagne candite).
Marrone è anche voce famigliare per grosso sproposito, errore, granchio; si diceva: ti ho preso in marrone, ti ho colto in errore.
Nel passaggio dal latino volgare all’italiano, la parola marrone, grazie al francesismo si è confusa con castagna.
Adelante, presto, con juicio
Così si rivolge, nei Promessi Sposi, un preoccupato Antonio Ferrer, il gran cancelliere spagnolo, al cocchiere che cerca di farsi largo tra la folla milanese che occupa la piazza, dopo la rivolta del pane.
Bisogna sbrigarsi a portare in salvo il terrorizzato Vicario di provvisione, rinchiuso e nascosto nella carrozza, ma senza dare l’impressione della fuga.
Adelante, presto, con juicio, sbrigati, andiamocene da qua, ma senza mostrarsi impauriti, magari elargendo qualche sorriso.
Affrettati lentamente, festina lente, ma senza dare nell’occhio.
Quanto volte ci è capitato di voler lasciare una riunione, una festa noiosa, ma senza apparire scortesi. Anzi per non dare l’impressione di una fuga, ci attardiamo nei saluti quasi a mostrare il rincrescimento di dover lasciare la compagnia.
L’uovo di Colombo
Tutti conosciamo il significato di questo motto che sta a indicare un espediente facilissimo, ma a nessuno venuto in mente prima, come il ricorrere a una leggera ammaccatura sul fondo dell’uovo per mantenerlo verticale su una tavola.
Solamente che la storiella sembra non essere riferibile a Colombo, ma al celebre architetto Filippo Brunelleschi che avendo asserito di essere in grado di realizzare la cupola di Santa Maria del Fiore senza impalcature e senza armatura, fu invitato dalla commissione giudicante, composta anche da ingegneri e architetti di mezza Europa, a fornirne prova mostrando modello e progetto. Il Brunelleschi che non aveva nessuna intenzione di rivelare il suo design e i suoi calcoli prima di una formale approvazione, si rivolse a “maestri, consoli, operai, forestieri e terrazzani” sfidandoli in una prova molto semplice.
Così scrive il Vasari nella sua “Vita di Filippo Brunelleschi”:
“…chi fermasse in sur marmo piano un uovo ritto, quello facesse la cupola, che quivi vedrebbe l’ingegno loro. Tolto dunque un uovo, tutti qu’ maestri si provano per farlo star ritto, ma nessuno trovò il modo. Onde, essendo detto a Filippo ch’è lo fermasse, egli con grazia lo rese e datogli un colpo del culo sul piano del marmo lo fece star ritto.
Rumoreggiando gli artefici che similmente avrebbero saputo fare essi, rispose loro Filippo ridendo che egli no avrebbero ancora saputo voltare la cupola vedendo il modello o il disegno”.
Correva l’anno del Signore 1420.
Cavarsela per il rotto della cuffia
Cavarsela alla meglio, uscire quasi miracolosamente da una situazione difficile. Sembra che sia nata durante l'antico gioco medievale del Saracino o della Quintana. Il colpo era ritenuto buono, anche se il concorrente fosse stato colpito alla cuffia o copricapo di maglia metallica. I concorrenti nel colpire lo scudo del fantoccio girevole con la lancia, dovevano evitare di farsi colpire dall'altro braccio del fantoccio armato di mazza. Se il cavaliere era colpito solo alla cuffia e non era disarcionato, il suo colpo era ritenuto valido e non era eliminato.
Augusto Galassi
Roma, 18 febbraio, 2010